2010 - Ferrara - Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah

ENTE PROMOTORE: Ministero per i Beni e le Attività Culturali
SITO: complesso delle ex carceri di Ferrara di Via Piangipane
PROGETTO: Archiplan Progetti, SAB gruppo ESC, arch. Luca Farinelli, arch. Gian Luca Poggi
CONSULENTI: arch. Andrea Malacarne (Restauro) - prof. Giuseppe Barbieri (Allestimento) - Rav Joseph Levi e prof.ssa Elisa Carandina (Ebraismo) - dott. Antonio Santi (prog. verde).
COLLABORATORI: Maria Chiara Santi, Pietro Belli, Maurizio Dianati
ANNO: 2010
dimensioni reali
L’immagine adottata come sintesi e al contempo quale fonte d’ispirazione per un museo concepito come luogo di confronto e di dialogo è quella del tiqqun. Rifacendosi al concetto luriano di creazione e riscatto, si è innanzitutto affidato un ruolo predominante alla luce, materia stessa della struttura architettonica: quella che potrebbe essere definita la qelippah materica dell’edificio non riesce a contenere tale luce «spezzandosi» come i vasi del maestro di Safed. Questa commistione di materia e luce conduce naturalmente alla dimensione simbolica del tiqqun come ricomposizione dei frammenti. Tale prospettiva si sviluppa a diversi livelli, in primo luogo a livello storico. Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah costituisce infatti un’occasione preziosa di ricomposizione della frattura storica rappresentata dai tragici eventi del Novecento.

Alla lacerazione si contrappone dunque la sutura, una ricomposizione resa possibile grazie alla memoria del passato. Inoltre, da un punto di vista culturale, si ricompongono in un unico luogo le peculiarità della ricchissima tradizione dell’ebraismo italiano che qui si raccontano attraverso le varie epoche e relative espressioni sociali, culturali, religiose e linguistiche. Quella che si intende proporre al pubblico è infatti una narrazione che componga diacronicamente e sincronicamente le molteplici manifestazioni della tradizione culturale ebraica in Italia, presentata nelle sue diverse forme e sfaccettature. Anche in questo caso la rifrazione della luce si fa materia nella struttura adamantina pensata per accogliere la mostra permanente sull’ebraismo italiano. Lo stesso percorso simbolico anima la «rottura» delle mura che circondano storicamente l’edificio esprimendo la forza di questa luce e la sua capacità di ri-creare un nuovo senso nelle strutture esistenti. Le mura si tramutano quindi in spazio di transito, diventando un’ulteriore porta d’accesso alla città, un luogo d’incontro e scambio nonché, considerata la natura narrativa cui il museo è chiamato, un’ideale cornice alla narrazione stessa.
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Infine, nel farsi racconto, la storia dell’ebraismo italiano intende poi dialogare con il pubblico. L’approccio che si è inteso adottare, mediante il ricorso ai Dieci narratori, è infatti quello di fornire ai fruitori del museo una visita ogni volta unica e individuale che tratteggi uno specifico percorso a seconda della figura scelta come guida. Il ricongiungimento dei diversi frammenti nasce nello scambio tra i singoli visitatori chiamati a condividere le diverse esperienze vissute nel proprio percorso entro il museo. Ogni singolo oggetto o riferimento a una determinata espressione culturale o religiosa moltiplica così le proprie valenze, dando conto della propria complessità e capacità di rinnovare il proprio significato prima di ricomporsi nel confronto tra i diversi visitatori. La dimensione narrativa si sviluppa dunque ben oltre le mura/porte del museo in linea con una precisa concezione di museo e con l’ispirazione che anima l’intero progetto.